Serina 1480- Venezia 1528

 

Jacopo Nigretti detto Palma il Vecchio, figlio di Antonio nacque a Serina come già riferivano le fonti seicentesche (Colleoni 1618, Ridolfi 1648) e come attestano vari documenti riguardanti la sua famiglia, in particolare al fratello Bartolomeo intorno al 1480.

Non sono noti né il nome della madre né la data di nascita esatta che si può dedurre dalla testimonianza dello scrittore d’arte e pittore Giorgio Vasari (1550, ) il quale lo dice morto all’età di 48 anni, poiché la morte è registrata nel libro dei morti della Scuola Grande di San Marco a Venezia di cui il pittore era membro.

Del tutto oscure sono le circostanze del suo arrivo a Venezia, da collocarsi poco dopo l’anno 1500, e da inserirsi nel fenomeno più generale di spostamento dalla terraferma di giovani artisti che intendevano compiere l’apprendistato nella città lagunare, attratti dal prestigio a dalle occasioni di lavoro offerte dalle sue grandi botteghe.

Qui al principio del secolo si consumavano gli ultimi splendidi bagliori della tradizione prospettica tardo quattrocentesca, percepiti peraltro in termini di aggiornamento da un artista proveniente dalla provincia, e si determinavano le premesse di una nuova cultura figurativa, negli sviluppi della pittura di Giorgione e dei suoi due creati, Tiziano e Sebastiano del Piombo.

 Non tutti furono in grado di partecipare allo stesso livello al nuovo corso; Palma, con un fondo, mai completamente scontato, di provincialismo tradizionale (Ballarin, 1965), riuscì se non protagonista, certamente comprimario.

Il primo documento a citarne il nome è un testamento del 1510 (8 marzo) in cui «Iacomo de Antonio Negreti depentor» risulta abitante a Venezia in S. Giovanni in Bragora. In un altro testamento del 1513 (8 gennaio 1512 more veneto) il pittore, che nel frattempo si era trasferito in S. Basso, vicino a S. Marco, compare per la prima volta come «Palma», soprannome che assunse in maniera ufficiale, come risulta dai successivi atti. L’appellativo «Vecchio», utilizzato per la prima volta da Borghini (1584, p. 559), deriva dalla necessità di distinguerlo dal pronipote omonimo, attivo anch’egli a Venezia tra il XVI e il XVII secolo e detto appunto il Giovane.

Veneziana, senza dubbio, e più specificamente tizianesca fu l’impronta data da Negretti al proprio linguaggio e alla propria evoluzione artistica nel momento in cui rese definitivo il trasferimento in laguna. Qui si trovavano alcune sue pale – non molte in totale ma tenute in grande fama e collocate su altari di chiese importanti – come quelle in S. Antonio di Castello e in S. Elena, citate da Vasari, il polittico di S. Barbara in S. Maria Formosa e una Madonna in gloria con s. Giovanni in S. Moisé, oggi dispersa.

 A queste si affiancava l’apprezzamento per la grande Burrasca nella Scuola Grande di S. Marco, oggi alle Gallerie dell’Accademia, ma furono soprattutto i «quadri e ritratti infiniti», le mezze figure femminili, i dipinti di gusto mitologico e le sacre conversazioni, che si vedevano a Venezia in casa di molti gentiluomini (Vasari, 1550) a decretare la grande fortuna di Palma nell’ambito della committenza privata cittadina. Ciò nonostante lo stesso Ridolfi (1648), che pure poté, aggiungere alla notizia sulle origini bergamasche la menzione di varie opere in terraferma, costatò che le poche e confuse informazioni di cui si poteva disporre non erano utili a una ricostruzione ordinata della vita e dell’attività dell’artista. I ritrovamenti d’archivio, avvenuti soprattutto tra fine Otto e primi Novecento, sebbene fondamentali, lasciano ancora vaste zone d’ombra.

Ciò nonostante è possibile tracciare un percorso che vede l’artista, giunto in laguna a vent’anni, orientarsi inizialmente verso gli esempi di Vittore Carpaccio e verso le esperienze belliniane di Andrea Previtali – altro bergamasco approdato a Venezia all’inizio del secolo e già introdotto nella bottega di Giovanni Bellini

Risale al 1513 l’iscrizione dell’artista, trasferitosi nella parrocchia di S. Moisé, alla Scuola Grande di S. Marco, e all’anno successivo la prima attestazione di un suo lavoro, l’Assunzione per la Scuola di S. Maria Maggiore, oggi alle Gallerie dell’Accademia. Alle spalle di quest’opera si trova dunque un lungo tratto iniziale di attività la cui ricostruzione è interamente affidata all’esercizio della critica e che presenta molte incertezze e motivi di disaccordo.

Accanto alla produzione di opere sacre, pale d’altare o dipinti di devozione privata, un altro filone nel quale Palma si specializzò, dalla metà del secondo decennio, divenendone uno dei principali interpreti, fu quello dei ritratti e delle mezze figure femminili, assai apprezzate dal collezionismo, poiché incarnazione di un ideale di bellezza classica, dagli accenti spiccatamente sensuali ed erotici, che ancora una volta discendeva dalle più alte soglie dell’immaginario tizianesco.

Un segno del successo conseguito da Palma tra secondo e terzo decennio in questo genere di produzione è la presenza di ben due ritratti di donne ‘all’antica’ nell’inventario della raccolta di Ippolito II d’Este nel 1535, che si è proposto di identificare con la Belladel Museo Thyssen Bornemisza e con la Schiava degli Uffizi (Occhipinti, 2010). Ma è soprattutto nell’ambito del collezionismo privato veneziano e profittando della gravitazione di Tiziano verso le corti dell’Italia settentrionale, che Palma riuscì a guadagnarsi spazi di mercato. Tra i suoi committenti, stando alla testimonianza di Sansovino (1581), un ruolo importante ebbe il nobile Francesco Priuli che lo ospitò nel suo palazzo di Sansevero. È forse lui il personaggio effigiato nella Sacra Conversazione Thyssen. Lo stesso Priuli potrebbe aver introdotto Palma presso altri nobili mecenati suoi parenti, come Francesco Querini e Angelo Trevisan.

 Nel frattempo, già dal 1521 abitava a S. Stae e nel 1523, indice di un certo benessere, dichiarava di avere acquistato un terreno nella villa di S. Margherita a Montagnana (Padova).

Sebbene integrato nel contesto veneziano, era in rapporto con molti bergamaschi presenti in città, come si evince dai documenti, e manteneva vivi i contatti con Serina, cui lo legavano affetti e interessi familiari, tanto da dover immaginare più occasioni di viaggio di quante siano effettivamente documentate. Oltre alla pala di Zogno, in passato attribuita al Cariani, dipinse alcuni polittici per la sua città e per altri paesi delle valli bergamasche, quello con la Presentazione della Vergine per l’altare della confraternita del Rosario nella chiesa dell’Annunziata di Serina, e quello di S. Giacomo nella chiesa omonima di Peghera, opere non documentate, ma riferite generalmente al secondo decennio. Al principio degli anni Venti può essere invece specificata l’altra ancona di Palma per l’Annunziata di Serina, destinata all’altare del Corpo di Cristo: la doratura della cornice fu ordinata il 12 febbraio 1520 e saldata il 9 giugno 1522 (Fornoni, 1886, p. 20).

Dell’opera, smembrata e manomessa nel XVIII secolo, si conserva in chiesa il registro principale con la Resurrezione di Cristo tra i Ass. Filippo e Giacomo. È stato più volte notato come la struttura del polittico utilizzata da Palma per le opere destinate alle valli risponda ai gusti di una committenza di provincia affezionata a formule più tradizionali, ma anche alla possibilità di spedire da Venezia i singoli pannelli.

Nel 1521 dovette recarsi nella città natale per assistere al matrimonio del fratello Bartolomeo con la seconda moglie, essendo il primo matrimonio documentato al 1508. Dopo soli tre anni però, nella primavera del 1524, il fratello morì lasciando la vedova incinta e Palma tornò a Serina per occuparsi della tutoria dei nipoti affidandola a due zii di secondo grado (30 maggio) e della divisione dell’eredità (13 giugno). Potrebbe risalire a questi anni l’esecuzione del polittico per l’altare maggiore della chiesa di S. Croce a Gerosa, il cui registro principale è a Milano nella Pinacoteca di Brera.

Nel novembre 1526, da bravo amministratore dei propri guadagni, Palma acquistò nuove terre a Montagnana e nel settembre 1527 un nuovo podere a Serina.

Il 28 luglio 1528, colto da improvvisa malattia, dettò testamento, chiedendo sepoltura presso la Scuola dello Spirito Santo in S. Gregorio, di cui era membro, lasciando una dote alla nipote Margherita e il resto agli altri tre figli del fratello, Antonio, Giovanni e Marietta. Morì a Venezia dopo due giorni.